La sua presenza

Dall’incontro da bambini fino agli ultimi giorni: racconto di una lunga amicizia
La sua presenza
Guenda Malvezzi negli anni Settanta

Avevo 10 anni, lei 16. L’anello di congiunzione fu la mia parrocchia di San Gioacchino a Roma nel rione Prati di Castello. La mia vita era casa-scuola–doposcuola-chiesa e, finite le scuole, casa-chiesa-associazione parrocchiale. Un giorno, Guenda (Guendalina Malvezzi Campeggi) mi si accostò per propormi di entrare nel Meg (Movimento Eucaristico Giovanile) dei gesuiti, che si era trasferito dal Nazareth alla parrocchia grazie al viceparroco di allora, padre Danilo Bissacco, cappellano di quell’Istituto. Guenda teneva le fila dei Gruppi Emmaus con giochi, formazione, preghiera e tante uscite per incontrare altri gruppi dello stesso movimento.

Ricordo che il primo fine settimana senza genitori fu a Fiuggi, con un viaggio interminabile in trenino. Guenda era sempre lì con noi, con il suo registratore a cassette in mano per animare ogni nostra attività: il cerchio, il fuoco dove scambiavamo i nostri pensieri… lei, con la sua immancabile chitarra, suonava e cantava con noi.

Come un pifferaio magico radunava e trascinava le persone. Allora ero un bambino introverso, vergognoso, parlavo poco… ancor più difficile era dialogare in gruppo. Non avevo molta stima di me stesso: la cosa che più mi dava vita e sfogo era la musica. Imparai a suonare in chiesa l’organo a canne ed entrai in un coro di voci bianche. Guenda mi è stata vicina, riuscivo a confidarmi con lei e, con la sua leggerezza e vitalità, mi coinvolgeva nella cosa più semplice ed efficace: il fare! Proprio con lei ho iniziato a suonare la chitarra, la sua chitarra! Cantare, suonare, disegnare e dipingere, usare la macchina per scrivere testi o libretti… una medicina che, piano piano, ha portato ad aprirmi.

Veniva giù da casa, dietro le mura vaticane, con un Ciao rosso. Ci portava anche nel giardino di casa sua dove potevamo correre, giocare a palla e a cricket, rifocillandoci con bevande o altro. Eravamo al primo posto per lei! E, immancabile, era la sua macchina fotografica Nikon… pronta in ogni momento ad immortalarci.

Un giorno – avevo circa 14 anni – mi propose di conoscere un gruppo di persone, non ricordo come lo definì. Il giorno che andai mi venne incontro Carla che ruppe subito il ghiaccio abbracciandomi come sapeva lei, con il suo modo unico di fare e di parlare. Non ricordo bene, mi sarò sentito un po’ spiazzato, ma la fiducia e la vicinanza di Guenda tolsero ogni timore o dubbio.

Nonostante studiasse in un altro istituto, Guenda non aveva mai dimenticato il Nazareth, dove aveva studiato e conosciuto Mariangela Bertolini, una delle insegnanti. Fu lei a farle incontrare quel mondo particolare e unico, che ancora non aveva un nome: un piccolo gruppo di ragazzi con disabilità e amici che si ritrovava in parrocchia e di cui anch’io iniziavo a far parte. In quel periodo il gruppo preparava il pellegrinaggio internazionale a Roma per l’Anno Santo del 1975 di Foi et Lumière, che avrebbe segnato ufficialmente l’inizio del movimento Fede e Luce in Italia. In quell’istituto Guenda e io incontrammo persone che furono determinanti per le nostre vite: suor Annarella Pantanella, Mariangela Bertolini, il cappellano padre Danilo Bissacco di San Gioacchino...

Entrato in Fede e Luce, il nostro cammino si stava strutturando sempre più, negli incontri di preghiera, nelle casette al Nazareth e poi nei campeggi e nei pellegrinaggi… Io, con la chitarra regalata dai miei amici, ero pronto a suonare in ogni momento e per ogni evento. Con Guenda stampavamo anche il giornalino Insieme, con il duplicatore Gestetner messo a disposizione da padre Danilo. Ore ed ore. Ricordo il giorno del mio diciottesimo compleanno, dovevamo ancora finire un numero e lei, uscita un attimo, tornò con un dolcetto per regalo!

Poi, il primo campo di Fede e Luce, nel 1976. Mi fu affidato il compito di preparare il cartellone dei turni di servizio, una responsabilità e un modo per mostrare una mia qualità. Era un grande compensato di legno dove realizzai scritte, disegni con i colori a tempera e piccoli tasselli di legno movibili, con i vari nomi. Un lavorone! Alla fine, con lei tutto sembrava semplice e realizzabile.

Tra i ragazzi che hanno vissuto con noi quegli anni, alcuni ci lasciarono in poco tempo: Maria Francesca (Chicca), Gianluca, nostre luci e guide. Abbiamo vissuto quei momenti di separazione con profonda tristezza ma anche con preghiera, sostegno e forza. Chicchi di grano che, di lì a poco, rafforzarono la missione in Guenda. Un giorno mi chiese di andare con lei in un luogo vicino a Villa Pamphili a Roma, dove vivevano minori abbandonati. Nei lunghi corridoi e nelle grandi stanze del brefotrofio, rimanemmo scioccati nel vedere bambini correre di qua e di là senza meta e senso, come in un parcheggio. Con la direttrice della struttura conoscemmo Fabio e Daniele che sarebbero venuti al campo di Fede e Luce di Alfedena del 1980. Fu un’esperienza bella, incredibile, anche un po’ traumatica per me che non conoscevo Fabio. Sette giorni difficili, vissuti con l’amico Nanni. Tutto questo però mi ha trasformato, le mie barriere svanirono. Sempre con Guenda andammo più volte in quell’istituto tanto che, nel campo del 1981, Fabio tornò assieme a Maria, visto che il piccolo Daniele era stato adottato. Ebbi in affidamento di nuovo Fabio e l’incontro con lui si trasformò in unione e accettazione.

Questi campi determinarono per Guenda un “fare” sempre più definito e concreto; sempre nell’istituto di Villa Pamphili conobbe una bimba, Francesca. Decise di prenderla con sé in affidamento, in un appartamentino seminterrato che Francesco Gammarelli, un genitore di Fede e Luce, aveva messo a disposizione. Per poterla accogliere nel migliore dei modi, con Guenda andammo a prepararlo, appendendo quadri, facendo ordine. Invece, pochissimo tempo dopo, Francesca salì in cielo. Un altro seme caduto in terra... Nel dicembre 1981, Guenda con la sua amica francese Anne Da, accolse Fabio e Maria. Come un caterpillar smosse mari e monti per trovare una casa e arrivò alle porte di Ciampino. Non so proprio come abbia fatto. Il nome non poteva che essere Il Chicco.

Quante difficoltà ci sono state all’inizio, quanti vissuti in quelle quattro mura… due bimbi che prima di comprendere quanto fossero veramente amati misero a soqquadro la casa e le vite di Guenda e Anne. Era il loro modo di dire “ma tu mi vuoi veramente bene?”. Guenda e Anne con pazienza, amore e tenacia, hanno pian piano creato fiducia facendoli sentire a casa propria, amati e consapevoli di essere pienamente accettati. Io ed altri cari amici siamo stati in quegli anni presenza assidua, un aiuto dallo spalare il terreno del giardino allo stare con loro per ogni esigenza.

Arrivarono altri bimbi: Paolo, Armando, Lucia e poi altri ancora. La casetta non bastava e Guenda, smuovendo ancora il mondo intero, con l’Arche di Jean Vanier, trovò il modo di costruire una casa più grande, L’Ulivo. Arrivò anche il momento di partire per Quarto Inferiore e creare una seconda Arca in Italia. L’Arcobaleno venne inaugurato nel 2001, frutto di provvidenza, volontà e l’aiuto dell’amica di sempre, Maria Grazia De Strobel.

Ci incontravamo quando passava per Roma, rimanendo sempre in contatto anche se solo nella mente e nel cuore. Ringrazio Dio per averla conosciuta e per averla potuta incontrare l’ultima volta presso l’hospice di Bentivoglio. Quel giorno, insieme a Daniele e Massimiliano, abbiamo trascorso tre ore intense tra ricordi, canti, abbracci e risate: la leggerezza non l’aveva abbandonata, insieme all’ironia e l’autoironia e con tanto buonumore. Per me è stato un dirle grazie di cuore, quanto le volessi bene e quanto sia stata importante nella mia vita.

Arrivare a Bologna il giorno prima del suo funerale è stata una grazia. L’accoglienza avuta nella comunità Arcobaleno è stata così forte che mi è sembrato di essere lì da mesi. Il sentirmi dire «Stefano, questa è casa di Guenda ed è anche casa tua» mi ha profondamente colpito. Non mi sentivo più un ospite ma uno di casa. Quei tre giorni sono passati così in fretta che non avrei voluto andarmene.

Guenda ha agito aiutandomi ad aprirmi al mondo tra piccole storie, momenti di vita quotidiana fatta di gesti, abbracci, sorrisi, parole… cose non eclatanti ma di grande spessore. Se Fabio e Maria potessero parlare, credo che direbbero quanto sia stata importante Guenda per loro, ringraziandola per l’amore ricevuto, insieme a tutti quelli che l’hanno conosciuta.

Certo, nessuno di noi è perfetto e sicuramente anche lei non lo è stata: ma alla fine, quello che conta sono i fatti! Parlava spesso della relazione vera, quella che va oltre i gesti e le parole. Quella che nel silenzio, in profondità, ciascuno di noi può trovare, ritrovando l’incontro vero e sincero con l’altro. È quel silenzio, che anch’io ho sperimentato con Fabio e altri, che non è assenza di parole ma spazio in cui può nascere l’ascolto e l’incontro. Guenda in questo ha creduto, donando tutta la sua vita terrena.

Amo la musica e il canto: quel che nel gergo musicale viene chiamato pausa, quel silenzio, in una partitura musicale è spesso il momento più prezioso e importante delle stesse note. È grazie a Guenda che ho conosciuto persone, ragazzi, amici, genitori che sono stati pietre miliari determinanti per la mia crescita e per arrivare ad essere quello che sono.

Stefano Guarino

Stefano Guarino

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